Lettere dal Carcere (A. Gramsci)

Ho impiegato parecchi mesi per leggere le lettere dal carcere di Gramsci, ma sono convinto stavolta di poter non tanto scrivere un articolo di filosofia pura come fatto le volte scorse, quanto invece di iniziare un nuovo ciclo di letture sui “reclusi” da affiancare allo studio del “problema del Male” che sto già conducendo. Tale ciclo di letture ho deciso di iniziarlo proprio discutendo su una delle più famose opere di Gramsci che questi ha scritto mentre era imprigionato dal regime fascista, studiandola non tanto dal punto di vista filosofico (già trattato) o letterario (di cui ho poca competenza), quanto invece dal punto di vista medico.  Ho deciso infatti, anche dopo confronto con altri ex colleghi, di parlare della vita e della salute di Gramsci durante il suo periodo detentivo per come la si deduce dal contenuto delle lettere (che possiamo interpretare come una lunga anamnesi) e di come questa sia stata influenzata dalla carcerazione, forte del fatto che per quasi 10 anni e fino a poco tempo fa ho lavorato io stesso in carcere come medico penitenziario.

Vedremo in questo articolo come e con quali limiti la descrizione della detenzione gramsciana può essere comparata con le condizioni detentive nelle carceri di oggi, che infatti presentano molte più analogie di quelle che si potrebbero dedurre dal solo fatto che gli edifici detentivi sono praticamente rimasti gli stessi dall’epoca fascista in molte parti d’italia. Pur non avendo mai lavorato nei penitenziari dove era stato detenuto Gramsci, posso tuttavia certamente affermare di aver ricosciuto nel racconto dell’ onorevole molte analogie con quello che in questi anni ho visto con i miei occhi lavorando, e che intendo per la prima volta con questa occasione illustrare in uno scritto. A tal fine in questo articolo seguiremo in diversi paragravi la detenzione di Gramsci dal suo confino ad Ustica fino alla morte, affiancando le informazioni cliniche riportate nelle lettere con altri dettagli sulla vita e sulla salute dello scrittore disponibili da altre fonti online e quindi comparando tutto con la mia personale esperienza lavorativa.

Riprendendo il famoso testo “Sorvegliare e Punire” di M. Foucault vedremo poi in prossimi articoli come quanto qui sarà descritto per il carcere potrà essere in parte trasferito alle altre “istituzioni totali” (mondo ospedaliero, del lavoro nello studio del burnout, ecc…). Una cosa che infatti ripetevo sempre ai colleghi che iniziavano a lavorare in carcere è che il penitenziario “mostrandoti le sue sbarre di cemento e acciaio ti fa notare le “sbarre invisibili” che ogni giorno ti confinano anche nella vita in libertà e di cui non ti sei mai accorto…”

Il confino ad Ustica

Il confino era una tipologia di pena detentiva che non esiste più oggi e che era attuata dall’autorità giudiziaria mediante allocazione dei ristretti in isole o comunque spazi confinati da cui i detenuti non potevano uscire. Oggigiorno forse lo possiamo comparare ad alcuni istituti ove si esce durante il giorno per effettuare lavori in comunità agricole o alla semilibertà che permette ai detenuti di uscire dal carcere per lavorare in modo molto regolato nella libertà di movimento per poi far ritorno nelle celle la sera.

Durante il confino Gramsci viene accompagnato ad Ustica sia con altri detenuti condannati per reati comuni sia da detenuti politici e compagni di partito come lui arrestati per ordine del Tribunale Speciale Fascista con motivazioni politiche.

La prima cosa che Gramsci descrive bene in queste prime lettere indirizzate ai familiari (moglie e figli, ma soprattutto alla cognata Tatiana che sarà sempre la sua principale mediatrice col mondo esterno) è il cosidetto “trauma da ingresso in carcere” che è una sintomatologia peculiare del periodo iniziale della detenzione e che consiste in manifestazioni come: ansia, tachicardia, dolore toracico, nausea e vomito che il ristretto prova appena entra in carcere in seguito alla privazione della sua libertà e del suo status precedente, associato al suo ingresso in un ambiente stressante. Tale sindrome di solito colpisce in modo più grave i detenuti alla loro prima carcerazione e di status socio-economico pre-detentivo elevato, infatti Gramsci la descrive come molto severa quando provata dai suoi compagni di partito, mentre lui dice di resistere abbastanza bene a questi sintomi perchè in giovinezza la sua vita era stata già molto dura, infatti si era anche preso la tubercolosi in giovinezza, malattia che di solito prospera in ambienti malsani e che nel suo caso si era evoluta anche in manifestazioni scheletriche (morbo di Pott) con conseguenti deformità.

E’ da notare come il periodo dell’ingresso in carcere e quello immediatamente precedente alla scarcerazione sono quelli dove il rischio suicidario è più elevato, infatti spesso in questi periodi viene disposta una sorveglianza rafforzata sia da parte dell’Amministrazione sia da parte dell’area sanitaria, con particolare attenzione alla visita medica di ingresso. L’uscita dal carcere di solito è stressante quanto l’ingresso sia perchè il detenuto non si sente più autonomo dopo anni di galera e sia perchè fuori è da solo ad affrontare le conseguenze morali della sua condanna, anche e spesso occupazionali (che si vedono seppur meno anche durante la detenzione nei confronti dei familiari; tant’è che G. deve più volte spiegare alla madre che lui non è in galera in quanto criminale ma in quanto dissidente politico).

Altro aspetto ben descritto da G. in questo periodo è la vita dei detenuti comuni che più di lui sicuramente sentivano le ristrettezze economiche ed imposte dall’ Amministrazione e che in molti casi aggravavano ulteriormente la loro situazione acquisendo alcoolici per vie più o meno legali (spendendo quasi tutti i loro risparmi e anche ricadendo nell’usura praticata da altri detenuti o dagli abitanti dell’isola). Le principali categorie di detenuti che erano più colpiti da questo problema erano allora come oggi quelli guà disperati/alcoolizzati e gli stranieri nordafricani e provenienti dalle colonie in Africa (con la differenza che oggi oltre all ‘alcool sono coinvolte anche le sostanze stupefacenti ed i farmaci).

I trasferimenti nelle carceri in attesa del processo

Succesivamente Gramsci viene trasferito in diversi istituti anche per seguire le udienze che lo riguardano e quindi entra nei veri istituti penitenziari ove si sta spesso rinchiusi in cella con altri detenuti per gran parte della giornata ed ovviamente per tutta la notte. In questo periodo ovviamente G. inizia a sentire di più il peso della detenzione per l’ulteriore riduzione dei contatti con l’esterno, per la separazione dagli altri detenuti politici che non potevano essere allocati nella stessa cella e per il maggiore contatto con i detenuti comuni, che non è sempre indolore. G. durante il confino aveva infatti addirittura creato con i suoi acculturati detenuti politici anche una scuola per i comuni ad Ustica, mentre ora era limitato a cercare di studiare nell’ambiente malsano e rumorosissimo delle sezioni detentive, in mezzo a tanta altra gente ben poco interessata ai suoi stessi temi. In tutto ciò, oltre alle diffocoltà nello studio compariva anche insonnia che in questo periodo ha sempre ben gestito ed era perseguitato anche dalle preoccupazione per l’eventuale condanna, che essendo per motivi politici dava per certa.

La condanna ed il trasferimento nel carcere di Turi

Come da programma Gramsci viene condannato per motivi politici ad una lunghissima pena detentiva e per tale ragione viene trasferito in un istituto di detenzione, ovvero nel crcere pugliese di Turi.  Sebbene G. riferisca nelle lettere di quel periodo di non subire più di tanto la cosa in quanto era già rasssegnato a tale eventualità, in realtà durante il periodo del trasferimento si ammala di Herpes Zoster, ovvero il famoso “fuoco di S. Antonio”, che altro non è che una recidiva cutanea del virus della varicella in età adulta; tale malattia come sa bene chi l’ha subita, non solo è molto dolorosa e temporaneamente invalidante, ma anche molto contagiosa; motivo per cui il sanitario del carcere dispone la sua reclusione in isolamento sanitario per cure. Per tale ragione G. viene collocato in una cella singola del reparto infermeria.

All’avvenuta guarigione dall’Herpes Zoster G. viene quindi rimandato in sezione ordinaria (in mezzo ad un casino ancora peggiore rispetto a quello vissuto nelle carceri precedenti) e qui però riesce ad ottenere dall’Amministrazione una richiesta che spesso i detenuti fanno anche a sproposito all’area sanitaria: l’allocazionme in cella singola (che in realtà garantisce oltre che una vita più tranquilla anche maggiore sicurezza personale e privacy).

La detenzione a Turi tuttavia è vissuta da G. in maniera molto meno tranquilla per la prospettiva lunga di condanna che inizia a farsi sentire (anche lui circa al quinto anno di pena iniziò ad andare in crisi, come spesso avviene). Il carcere di Turi è infatti localizzato nell’altopiano della Murgia e quindi anche se si trova in Puglia è freddissimo d’inverno (nevica molto) e torrido d’estate. Tale clima ovviamente assieme all’ambiente carcerario che porta a pochissimo movimento ed a restrizioni importanti sia dietetiche (anche causate dai problemi ai denti, frequentissimi in carcere) sia nell’utilizzo di beni personali (che devono essere preventivamente autorizzati dall’Amministrazione e speso acquistati obbbligatoriamente dagli uffici del carcere a prezzi maggiorati) porta ad un progressivo deterioramento della salute di G (e oltre a ciò il regime fascista non gli autorizzava a leggere libri di politica in carcere, disturbando i suoi studi).

Nel frattempo dalle lettere inoltre G. riceve informazioni sulla crescita dei suoi figli Delio e Giuliano (con cui inizia anche a scriversi quando iniziano ad essere abbastanza grandi) di cui ovviamente sente la mancanza ed ovviamente la cosa è reciproca e vale soprattutto per la moglie Giulia che si ammala più volte tanto da finire spesso ricoverata in ospedale psichiatrico. (In generale la detenzione di un proprio caro è un peso economico e psicologico importante anche per i parenti in libertà, che sono spesso costretti a fare da caregiver al detenuto procurandogli il necessario ed il denaro per sopravvivere). In tale contesto è la cognata Tatiana la principale referente di G. nel carcere ed ai colloqui, e tuttavia la tensione che sale sempre di più e le incomprensioni che inevitabilmente si hanno in una comunicazione saltuaria ed epistolare in molti casi esplodono in rabbia fra G e la cognata o altri parenti che non sempre capiscono le regole del carcere, i bisogni del detenuto o le implicazioni legali delle loro azioni (G. ad un certo punto cerca di ottenere uno sconto di pena o la liberazione anticipata sfruttando una nuova legge varata dal governo).

Con il passare del tempo come già detto le condizioni fisiche e psicologiche di G. peggiorano: lo stesso richiede di poter tenere un termometro in cella con cui rileva spesso una febbricola descritta nelle lettere redatte in diversi anni, olttre che un peggioramento dell’insonnia, dei sintomi gastrointestinali e del mal di testa. I sintomi sono tali che ad un certo punto i rapporti di G. con i parenti si incrinano sempre più e lo stesso Gramsci dapprima propone alla moglie di lasciarlo e rifarsi una vita,  quindi successivamente arriva quasi ad accusarla della sua detenzione durante una lettera delirante di cui poi si scusa. Questa sintomatologia che col tempo si fa sempre più intensa e che la stessa area sanitaria per parecchio tempo derubrica a “stress”, lo porta quindi ad assumere quantità industriali di integratori, antiacidi, andidolorifici e sonniferi come bromuri e barbiturici (i primi oggi non si usano più per la loro tossicità e i secondi sono stretttamente regolamentati come stupefacenti.. comunque si nel leggere le lettere mi sono nei fatti studiato una farmacia d’epoca!).  Tale comportamento è in realtà molto frequente fra i detenuti ed è infatti noto che anche gente non tossicodipendente a causa dell’ambiente detentivo col tempo può iniziare negli istituti ad abusare di alcool e droghe (ottenuti clandestinamente) oltre che di farmaci spesso anche forniti dai medici delle strutture.

Col tempo i sintomi peggiorano: si aggiungono idee deliranti (come già visto per la citata lettera alla moglie) l’emottisi e la tosse, tutte cose che portano sia i medici della struttura sia lo specialista privato chiamato da Gramsci a chiedere un trasferimento in una clinica per cure o la libertà condizionale (ovviamente all’epoca non erano disponibili “centri clinici” atttrezzati in loco, quindi la famiglia di G ha dovuto pagare a proprie spese di fatto la trasformazione della stanza di ospedale in una cella).

La morte

Gramsci viene quindi trasferito da Turi in una clinica trasformata in cella e poco dopo muore. In una lettera destinata a Sraffa e scritta da Tatiana questa descrive la morte di G. che avviene in modo abbastanza improvviso: all’inizio infatti lo stesso dichiara di non poter muovere una metà del corpo, poi di perdere la sensibilità ed infine perde coscienza. Tale sintomatologia, sebbene qualcuno abbia pensato ad un avvelenamento, è in realtà compatibile con un ictus/emorraggia cerebrale come aveva dichiarato anche la stessa famiglia di G…

Analisi del caso clinico

Sostenere che Gramsci sia morto a causa di un’emorraggia cerebrale a mio avviso rende non necessaria un’ipotesi “complottista” come quella sopra perchè non solo è facile immaginare il “veleno” che G. deve aver subito a causa della detenzione ingiusta, ma è assolutamente sostenibile l’ipotesi che l’ictus stesso sia stato causato dalla vita detentiva perchè è noto che le malattie cardiovascolari hanno un’ altissima prevalenza in carcere (io stesso in questi anni ho ricoverato molta gente in carcere per ictus o infarti cardiaci).

Tuttavia alla lettura delle lettere e dell’ anamnesi “pre-detentiva” di G alcuni sintomi visti a posteriori non possono a mio avviso passare inossevati:

  • la febbricola
  • la tosse (associata ad emottisi)
  • la cefalea intensa
  • i deliri
  • l’insonnia

Tali sintomi sono poco compatibili con la patologia cardiovascolare e sebbene alcuni come l’insonnia e la cefalea sono sicuramente riconducibili allo “stress” da detenzione altri proprio non ci azzeccano nulla (in particolare l’emottisi e la febbricola). Tali dati, se consideriamo anche il morbo di Pott in anamesi, a mio avviso potrebbero anche deporre per una riacutizzazionec della tubercolosi di cui Gramsci era già affetto, con eventuale anche localizzazione cerebrale dela malattia. La TBC infatti è una patologia ad alta prevalenza in carcere così come fra i disadattati e io stesso ho visitato gente affetta da morbo di Pott in passato (che fra i migranti è una patologia rara ma comunque tornata rilevabile oggigiorno in queste fasce di popolazione).

La domanda quindi sorge spontanea: perchè i medici dell’istituto, nonostante G lamentasse sintomi ingravescenti, sembra abbiano sottovalutato questa clinica per molto tempo?

Come detto anche da Gramsci nelle sue lettere in cui descrive la medicina penitenziaria dell’epoca (con considerazioni valide ancora oggi) la visita medica in carcere è caratterizzata da un rapporto medico paziente diverso da quello del mondo esterno perchè il detenuto in media vede il medico come parte dell’apparato detentivo e quindi in qualche modo anche come un “nemico” o come “strumento” per ottenere favori da parte dell’Amministrazione Penitenziaria (oggi la medicina penitenziaria fa capo al Ministero della Sanità, ma fino a pochi decenni fa era una dipendenza del Ministero della Giustizia). A questo poi si aggiunge la grande difficoltà ad eseguire esami strumentali e visite specialistiche in tempi rapidi perchè per programmare un’uscita dall’istituto è necessario prendere accordi anche con la polizia, cercando di evitare uscite “inutili” e pericolose per il rischio di evasione (i detenuti spesso provano ad imbrogliare i medici per ottenere favori, farmaci o uscite che non gli spettano).

Quindi in sostanza la medicina penitenziaria di norma si avvale di pochi specialisti ed esami strumentali (G. dichiara in una lettera che il trasferimento era necessario anche per eseguire una “radioscopia” uno dei pochi strumenti per fare diagnosi di TBC in fase attiva), di una limitatissima affidabilità dell’anamnesi e di un esame obbiettivo che spesso il detenuto cerca di confondere (ho visto io stesso detenuti che cercavano di falsificare un’ipertermia coprendosi molto durante il COVID per andare in isolamento o simulare un’emottisi tagliandosi una gengiva).  L’autolesionismo non ha ovviamente riguardato Gramsci e di solito non riguarda i detenuti istruiti o quelli dei circuiti di Alta Sicurezza (quasi tutti afferenti alla criminalità organizzata) ma nelle carceri è un altro mezzo per ottenere favori dal’Amministrazione mediante minaccia a se stessi oppure farmaci da parte dell’area sanitaria (specie iponoinducenti, richiesti da chi abusa di sostanze ed utilizzati come droghe mischiandoli ad altre sostanze come alcool, metadone o altri farmaci). In un quadro come questo quindi non deve sorprendere se anche il più bravo dei medici possa avere difficoltà nel fare diagnosi in un paziente come G che inizialmente lamentava sintomi sfumati (e che al contempo chiedeva benefici di pena!), motivo per cui il ricovero in clinica è arrivato solo quando la patologia era ormai grave.

In conclusione quindi ho mostrato con questo articolo come le lettere di Gramsci, oltre che essere un capolavoro letterario, filosofico e politico, siano anche un prezioso strumento valido ancora oggi per comprendere la vita carceraria ed anche le difficoltà della gestione del diritto alla salute in un ambiente difficile come quello del carcere. Nei prossimi articoli vedremo come (forse) l’esperienza del carcere può essere usata anche “fuori dalle sbarre” per comprendere alcuni problemi e contrastarli.

 

 

 

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