Dopo aver terminato di trattare i più famosi psicoanalisti è finalmente giunto il momento di iniziare a parlare dei comportamentisti, per poi passare ai cognitivisti loro “successori”.
Il primo articolo a riguardo ovviamente discute quello che è ritenuto il “fondatore” della scuola comportamentista, ovvero John Watson. In questo testo analizzeremo in via preliminare come questa scuola, che sembra nettamente contrapporsi agli analisti (negando in maniera esplicita ad esempio l’esistenza dell’Inconscio), in realtà a mio avviso possa essere anch’essa integrata in una teoria del “tutto”, mostrando come in realtà altro non sia che un’altra faccia della stessa metodologia atta a studiare la mente umana, solo da un differente punto di vista. Questa illustrazione sarà poi utile anche per fare un paio di considerazioni riguardo allo sviluppo delle Intelligenze Artificiali (che saranno meglio trattate parlando dei cognitivisti, dato che per loro è materia oggetto di studio).
La psicoterapia cognitivo-comportamentale è forse la più usata in ambito clinico per via della sua maggiore velocità di esecuzione in termini di sedute a parità di efficacia (specie nel trattamento dei disturbi d’ansia); tuttavia nel corso di laurea di Medicina e Chirurgia ,principalmente incentrato sulla terapia farmacologica, tale classe di trattamenti è stata solo citata nei testi non specialistici con semplici accenni alle loro indicazioni, senza una descrizione approfondita dei pensatori che ci hanno lavorato ad eccezione di Pavlov e del riflesso condizionato nei cani (Pavlov fra l’altro è stato un fisiologo e non uno psicologo…il medico che ha portato lo studio del riflesso condizionato nell’uomo fu proprio Watson).
In virtù di quanto esposto sopra e vista quindi la mia totale mancanza di riferimenti bibliografici su questo argomento ringrazio fin da subito Elettra Moscelli per i consigli che mi ha fornito sulle fonti da cercare a studiare.
Sintesi del pensiero di Watson
Come detto sopra Watson portò sull’uomo e nello studio della mente umana quanto osservato da Ivan Pavlov sugli animali, in particolare per quanto riguarda il riflesso condizionato. A tal fine l’opera che meglio riassume il lavoro di questo autore è Behaviourism (Comportamentismo) del 1924 che può essere scaricata liberamente anche da archive.org in quanto di Pubblico Dominio da quest’anno (sito da cui mi è stato possibile scaricare un sacco di testi in licenza libera utilizzati per la stesura degli articoli di questo blog e che merita di essere difeso dagli attacchi sia dei detentori del copyright sia dei cracker!).
Watson sostiene che il suo approccio alla mente umana è “scientifico” ed “empirista” al contrario di quello degli analisti che viene descritto come “metafisico” in quanto si basa su entità “astratte” come l’Inconscio o gli Istinti che, non avendo una prova tangibile della loro esistenza, possono essere assimilati a delle entità “religiose” (una critica simile verrà mossa a Freud decenni dopo anche da Karl Popper). Tuttavia a mio avviso è proprio riprendendo la teoria scientifica popperiana ed il concetto di inconscio illustrato da Jung che è possibile affermare come Conscio ed Inconscio i realtà coesistano, come vedremo nel prossimo paragrafo! (al contrario di quanto affermato da Watson e da tutti i suoi discepoli).
Per il comportamentismo ogni comportamento umano è in realtà uno schema appreso e secondo Watson ogni comportamento può essere riassunto come una catena di risposte fra input ed output mediate da riflessi. La risposta riflessa è non condizionata quando è innata (un cane o anche un umano ad esempio nascono con il riflesso della salivazione indotto dalla vista del cibo), mentre è condizionata quando un certo riflesso viene appreso per associazione ad un altro stimolo: un cane ad esempio può essere indotto a salivare in risposta al suono di un campanello se tale suono viene per tante volte associato al mostrare il cibo; dopo un certo numero di volte (accuratamente misurato in precise condizioni sperimentali) anche la sola esposizione al suono del campanello senza mostrare il cibo indurrà la salivazione (questo è il famoso esperimento del cane di Pavlov).
Watson realizzo qualcosa di simile all’esperimento di Pavlov in un bambino (esperimento del piccolo Albert) ove riuscì ad indurre una fobia prima per i ratti e poi per ogni cosa simile con pelo bianco (compreso lui stesso vestito da Babbo Natale con barba bianca…) associando la visione di un ratto ad un forte rumore in grado di far spaventare il piccolo… un esperimento simile oggi ovviamente sarebbe eticamente infattibile, ma nel 1920 eravamo in piena epoca positivista, la teoria stessa di Watson è permeata di posivismo determinista (a ogni input corrisponde un determinato output riflesso) e di conseguenza lo stesso Watson propose alla madre di Albert un altro esperimento per provare a “far guarire” la fobia da lui indotta al piccolo bambino… stranamente la donna ha rifiutato la proposta ed è scappata col piccolo! (in compenso Watson fece altri test simili usando i suoi figli…e uno morì suicidandosi negli anni successivi a causa dei disturbi indotti dal padre…)
In realtà i principi del decondizionamento (cioè far guarire determinati disturbi cercando di utilizzare un approccio inverso a quello del riflesso condizionato, ovvero modificando gli stimoli associati ad esempio a una fobia) sono ancora un caposaldo della terapia cognitivo-comportamentale. Esempi farmacologici di questo approccio sono le terapie con disulfiram per la dipendenza da alcoolici e con naltrexone per la dipendenza da oppiacei, sostanze che portano ad annullare l’effetto o a rendere spiacevole l’uso di queste sostanze.
Watson ha discusso anche il comportamento criminale, riferendo che l’uso delle violenza negli approcci correttivi non è scientifico essenzialmente per 2 motivi: la punizione violenta non può indurre un riflesso condizionato in quanto differita nel tempo rispetto al comportamento criminale, e oltre a questo è difficile se non impossibile “somministrare” la punizione violenta in modo scientificamente riproducibile in termini di intensità e durata. Ovviamente il comportamentismo di Watson contesta inoltre punto per punto la teoria dell’atavismo di Cesare Lombroso (di cui ho già parlato in un altro articolo)
Il comportamentismo classico oggigiorno è ritenuto un approccio scientificamente superato per la sua pretesa di determinismo, in favore della scuola cognitivista (che vede il comportamento umano come un programma appreso dall’individuo e non come una semplice serie determinista di riflessi, come vedremo nei prossimi articoli).
Watson visto da Popper e da Jung
Come già detto Watson e tutti i pensatori successivi non credono nell’esistenza di entità come Inconscio o istinti, per loro ogni comportamento umano è una serie di azioni apprese nel tempo dall’individuo; lo schema complessivo di tali azioni determinano come l’individuo reagisce agli stimoli esterni e quindi il “suo” schema della realtà. Se da questa impostazione mentale si elimina il determinismo positivista di inizio 900 e si fa un parallelismo fra questo schema di realtà e la scienza come intesa da Popper si può descrivere quindi il conscio come un insieme di “leggi” che permettono di interagire in maniera corretta (o scorretta) col mondo. Il conscio come il “sistema di palafitte“di popperiana memoria che è valido “finchè sta in piedi” e permette un buon adattamento, ergo finchè lo schema di mondo del soggetto non è falsificato dalle evidenze (quando ciò accade si ha la patologia o il comportamento criminale/scorretto).
I comportamentisti agiscono sui mali psichici dell’individuo sostanzialmente provando a modificare il suo schema conscio di realtà, tuttavia è Popper stesso a indicare che le teorie scientifiche non rispecchiano appieno la realtà, ma ne sono in realtà un modello approssimativo! Infatti il nostro “schema di realtà” non potrà mai essere pienamente conscio per una serie abbastanza ovvia di fattori:
- non possiamo vedere istantaneamente tutto il mondo in ogni istante (se banalmente giriamo la testa al nostro interlocutore non possiamo sapere se è ancora dietro di noi, ma lo modellizziamo come comunque presente)
- la nostra limitatissima memoria non avrebbe abbastanza spazio per archiviare tutta l’informazione del Mondo
- il mondo è indeterminato, come ben spiegato da Heisemberg
- come ben spiegato da Freud rimuoviamo alcuni dei nostri vissuti per l’incapacità di affrontarli (o anche non vedendo la cosa in senso psicoanalitico magari neghiamo ed evitiamo di affrontare i problemi)
- esistono alcune domande (Qual’è il senso della vita? Dio esiste? Cosa c’è dopo la morte?) che il metodo scientifico e l’empirismo non sono in grado di risolvere (e quindi di modellizzare)
Da queste banali considerazioni è quindi facile capire che l’Inconscio è tutt’altro che in contraddizione rispetto al comportamentismo! Se il modello cognitivo-comportamentale studia il modello di realtà dell’individuo, l’inconscio studia tutto ciò che non è incluso nel modello del soggetto! (sia relativamente al soggetto sia al mondo) Jung su questo punto è molto chiaro quando parla di Inconscio e quando spiega il concetto di quadratura del cerchio relativamente alla piena comprensione dell’archetipo del Se (ovvero alla piena integrazione del soggetto col mondo, ovvero alla sua omeostasi). Alla fin fine. come avevo già illustrato nell’articolo su Jung gli archetipi altro non sono che domande universali, ovvero “buchi” nel modello razionale del soggetto! Se i comportamentisti tentano di guarire l’individuo agendo unicamente sul suo modello conscio di realtà, gli analisti lo fanno portandolo a porsi le giuste domande! In entrambi i casi l’obbiettivo finale è estendere e rendere più adatto all’ambiente il modello di realtà del soggetto!
Watson ed Intelligenza Artificiale
Se osservate la curva di apprendimento che Watson illustra nel suo testo per spiegare quanti tentativi impiega un ratto per trovare il percorso corretto di un labirinto alla cui uscita c’è del cibo, in funzione del tempo, vedrete che ha andamento esponenziale decrescente, ovvero lo stesso pattern che si vede osservando il training di un modello AI! Le AI moderne in sostanze sono modelli umani comportamentisti… ma è quindi possibile creare AI con modelli che riprendano anche la psicoanalisi? E queste “Freud-AI” sarebbero più “umane” ed accurate?
Tale domanda, che avevo già espresso nel precedente articolo su Jung, a questo punto si fa ancora più forte! Sarà possibile per un’AI in silico immortale farsi le domande esistenziali che si pone un essere mortale? Oppure le AI saranno sempre “limitate” dal loro intrinseco positivismo e dalla loro teorica immortalità e assenza di limiti?
2 pensieri riguardo “John Watson”