Cognitivismo

Le scuole cognitiviste hanno soppiantato nel dopoguerra il predominio del comportamentismo e sono tutt’oggi l’orientamento psicologico maggiormente utilizzato in clinica per via del suo favorevole rapporto tempo impiegato sul paziente/efficacia rispetto agli indirizzi psicoanalitici. Di solito le tecniche psicoterapiche cognitiviste fanno comunque uso ancora oggi di parte dell’approccio comportamentista (psicoterapia cognitivo-comportamentale, impiegata soprattutto nei disturbi d’ansia e nei disturbi depressivi lievi anche in associazione ai farmaci).

La psicologia cognitiva differisce da quella prettamente comportamentale in quanto non definisce il comportamento umano come una catena di riflessi deterministica, ma invece assimila il cervello a un computer che tramite un programma appreso durante lo sviluppo reagisce a determinati input dando output più o meno appropriati. Lo scopo della psicoterapia cognitivo comportamentale è quindi in sostanza rieducare il malato in modo che il suo comportamento ed il suo modo di pensare diventino più adatti per l’ambiente e gli permettano di raggiungere così l’omeostasi psichica e fisica. Come il comportamentismo quindi la psicologia cognitiva è una scienza empirica e non prevede l’esistenza di un “inconscio”.

Dato che gli psicologi appartenenti a questo ramo della psicologia sono parecchi e non sapevo da dove iniziare ho chiesto ad Elettra Moscelli di consigliarmi quali studiare. Questo articolo tratterà quindi Jean Piaget (padre dell’ “epistemologia genetica”) e Jerome Bruner (importante esponente della psicologia culturale, in particolare ho letto il suo testo “la cultura dell’educazione”).

Albert Bandura per via del testo lungo e complesso da leggere che ho acquistato sarà trattato verosimilmente in un articolo a parte (sto pensando al limite di integrare questo autore aggiungendolo qui, vedremo)

Come ultima aggiunta in questo articolo sarà anche trattato Noam Chomsky, che anche se non è uno psicologo ha dato interessanti contributi allo studio del linguaggio contestando sia il comportamento verbale di Skinner sia gli approcci cognitivisti, ipotizzando una teoria innatista per la sua genesi.  Ringrazio fin da subito Erika Ranfoni per avermi suggerito un testo semplice adatto ad un non specialista in modo che potessi capire almeno a grandi linee questa complessa teoria (“il mistero del linguaggio”)

Tutti questi autori dal primo all’ultimo ovviamente contestano aspramente la teoria statistica che definisce il linguaggio come un sistema statistico in grado di prevedere la parola successiva in un discorso date le precedenti, teoria che è alla base dei moderni Large Language Model (LLM) come ChatGPT, spiegando come la mente umana sia in realtà molto più complessa e lamentando un deciso scetticismo nei confronti di queste tecnologie (questo si vede soprattutto nella prefazione del testo più recente fra quelli citati, cioè quello di Chomsky).

Jean Piaget

Piaget è il padre dell’ epistemologia genetica, ovvero di un’epistemologia (studio della conoscenza umana) che può venir applicata anche alla psicologia e allo studio dello sviluppo del bambino, del linguaggio e della conoscenza scientifica nel tempo (è un approccio anche storicista). Questa teoria è un approccio multidisciplinare atto ad integrare diverse discipline (psicologia, matematica, informatica, biologia…) con l’obbiettivo di capire come si genera la conoscenza umana, ripercorrendo quindi ogni singolo passaggio di questo processo in divenire con l’obbiettivo di arrivare ad una teoria scientifica sull’argomento sempre più accurata (l’epistemologia genetica è descritta come un’ “epistemologia dell’epistemologia” ed è detta “genetica” proprio perchè cerca di capire come la conoscenza si crea/genera nella mente umana).

Questa dottrina parte dalle conoscenze di biologia sul funzionamento del cervello umano per descrivere come nel bambino le prime risposte sensori-motorie in parte innate e definite dalla biologia vengano poi man mano in varie fasi organizzate fino alla costruzione di simboli che rappresentano comportamenti sempre più complessi. Questa stessa procedura poi nel corso della vita continua ad essere utilizzata per apprendere nuovi schemi di pensiero e nuove abilità, così come per arrivare a definire il linguaggio e ad espandere la stessa conoscenza.

In questo modo inoltre il bambino neonato arriva anche a distinguere il suo Io dal mondo esterno, capendo di essere lui l’agente delle sue risposte sensorie e motorie.

Jerome Bruner

Bruner e gli altri psicologi culturali si ispirano alle scuole filosofiche strutturaliste nel definire il linguaggio come un insieme di simboli condivisi e standardizzati  fra gruppi di persone, non deve sorprendere quindi l’importanza che questo autore da alla scuola nel compito di formare non solo bravi cittadini, ma anche di fornirgli gli strumenti atti a stare al mondo nel modo più adeguato. In questo Bruner più volte nel testo rimarca su come la scuola più che guardare alle performance espresse dai voti scolastici dovrebbe mirare la sua efficacia nel formare gente capace e adatta a stare al mondo, anche criticando le gerarchie di potere vigenti che vorrebbero un popolo di inetti in mano ai potenti.

Anche la conoscenza scientifica per Bruner quindi si genera tramite condivisioni di simboli mediante il linguaggio, simboli che poi l’individuo con la sua creatività organizza sempre in nuove teorie. In particolare nel suo testo Bruner cita un esempio interessante, ovvero come Niels Bohr sia arrivato ad ipotizzare per l’elettrone dell’atomo il dualismo onda-corpuscolo: questa idea gli venne quando suo figlio rubò un oggetto in un negozio e quindi si trovò combattuto fra considerarlo un criminale o il figlio che ama, dato che di fatto in quel momento il suo pargolo era entrambe le cose (come l’elettrone che è sia onda sia corpuscolo), il dualismo onda-corpuscolo è quindi nato da un parallelismo con un evento di vita quotidiana (che fra l’altro ricorda anche quanto espresso in critica alla teoria critica).

Noam Chomsky

Chomsky propone invece un’innovativa teoria del linguaggio di stampo innatista, che quindi contrasta sia con quanto espresso da Skinner, sia dai cognitivisti e dagli psicologi culturali strutturalisti.

Per Chomsky il linguaggio parlato/scritto (E-linguaggio) è una risposta motoria che in realtà è generata a partire da un I-linguaggio interno all’individuo e da questi utilizzato per pensare (questo I-linguaggio tuttavia non è sempre facilmente esprimibile tramite i sistemi motori).

Questo pensatore inoltre ipotizza una struttura comune a tutte le lingue del mondo presenti e passate definita tramite una Grammatica Generativa, che definisce la struttura dei vari I-Linguaggi nella maniera più semplice possibile da computare per l’hardware cerebrale piuttosto che in vista di una sua espressione, ovvero generando nuovi elementi a partire dall’unione (merge) di elementi già noti.  Quindi sostanzialmente il linguaggio è una caratteristica innata garantita da circuiti neurologici sempre uguali da millenni che si sono evoluti solo nella specie homo sapiens e che non si sono più modificati dopo che questi aveva lasciato l’Africa (per tale ragione ognuno di noi può imparare a parlare qualunque lingua umana passata o presente).

Non ho trovato articoli che parlano di un possibile parallelismo fra la teoria del linguaggio innato di Chomsky e gli archetipi di Jung, se qualcuno trova qualcosa (e se ritiene la cosa sensata) me lo faccia sapere.

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