E’ da quando ho iniziato la ricerca sul problema del Male che avevo in mente di leggere il libro dello psicologo Zimbardo sulla psicologia carceraria che descrive l’esperimento carcerario di Stanford!
L’esperimento carcerario di Stanford
Materiali e metodi
Il prof Zimbardo negli anni 70′ ideò questo esperimento per studiare come l’ambiente influenza il comportamento del singolo. Da psicologo cognitivista decise anche, in collaborazione con l’esercito statunitense, di fare un particolare esperimento sul comportamento in carcere, con l’intento iniziale di studiare il comportamento dei detenuti in un ambiente controllato e sperimentale.
A tal fine Zimbardo pubblicò su un giornale un bando di reclutamento per studenti universitari della locale Palo Alto (cittadina universitaria benestante vicino San Francisco) chiedendo dietro compenso giornaliero di presentarsi presso il suo dipartimento. Fra i ragazzi che si presentarono scartò quelli con disturbi cognitivi o mentali di qualunque genere, li scelse tutti benestanti, e li divise in due gruppi omogenei randomicamente: ad un gruppo sarebbe stato assegnato il ruolo di guardie, all’altro gruppo, sovrapponibile come composizione dei soggetti al primo, quello di detenuti. E’ stata quindi creata all’interno dei sotterranei del dipartimento di psicologia una finta prigione simulata ove guardie e detenuti avrebbero dovuto vivere per due settimane di esperimento. Per rendere il tutto più realistico i detenuti sono stati “arrestati” per finta a casa dai veri agenti di polizia di Palo Alto il giorno dell’esperimento e sono stati muniti di una “divisa” e di un numero identificativo che da quel momento sarebbe stato il loro nome. Anche gli agenti erano dotati di divisa con tanto di finti manganelli e occhiali a specchio. Come nei veri carceri i detenuti non potevano identificare o chiamare gli agenti per nome (misura presa per evitare ritorsioni nelle prigioni vere, dovevano dire ogni volta “signor agente penitenziario”). A questo scenario partecipavano inoltre un “giudice per la libertà condizionata” che in realtà era un ex detenuto (vero) collaboratore di Zimbardo, la stessa polizia di Palo Alto come detto per gli “arresti” e per consulenza, un vero parroco che lavorava nelle carceri, il servizio medico e psicologico (offerto dal campus universitario e dallo stesso Zimbardo, che ogni giorno controllava se il “detenuto” era idoneo a proseguire l’esperimento); lo stesso Zimbardo era presente sia in qualità di sperimentore capo sia di “sovraintendente del carcere di Stanford” (anch’esso munito ovviamente di occhiali a specchio). Come in un vero carcere erano previsti oltre alla possibilità di ottenere la “libertà condizionata” anche i colloqui e le lettere con i familiari, una cella di isolamento per gli “indisciplinati” (ottenuta da un ripostiglio) ed i colloqui con il parroco, il “direttore” ed il “sovraintendente”.
Gli studenti, quasi tutti sessantottini, a inizio esperimento volevano perlopiù recitare il ruolo del detenuto, anche per “prepararsi” in caso in futuro fossero incarcerati (e anche perchè non simpatizzanti con la polizia).
Alle “guardie” non è stato fornito alcun addestramento preliminare, e le stesse assieme al “direttore” (interpretato da un altro studente) dovevano decidere le regole e limitarsi a “mantenere l’ordine” nel finto carcere coprendo il “servizio” h24 con 2 turni diurni e uno notturno che prevedevano 3 guardie in servizio e se necessario la possibilità di chiamare gli altri come “rinforzi”. (come in un vero carcere ove spesso gli agenti residenti in caserma vengono chiamati in sezione in caso di emergenza).
Risultati
Sebbene l’esperimento inizialmente era concentrato sull’osservare il comportamento dei detenuti, ben preso fu a tutti evidente che i soggetti più interessanti erano le guardie, che iniziarono a maltrattare nei modi più fantasiosi e degradanti possibili i finti reclusi, i quali ormai vivevano nello sconforto, nella sporcizia e subendo ogni tipo di molestie, anche sessuali, senza che nessuno intervenisse a fermare le finte guardie (a cui peraltro nessuno ha insegnato questi comportamenti). Tali atti sono comunemente osservati in modo simile in molte altre prigioni vere fra cui quella citata estesamente da Zimbardo nel suo libro (Abu Ghraib in Irak, l’autore fu uno dei periti difensori delle guardie accusate di violenza e propose di indagare gli alti vertici politici e militari USA per “alleggerire” la posizione dei suoi assistiti).
Dopo pochi giorni infatti cede la psiche del primo detenuto e Zimbardo è costretto a “rilasciarlo”. Da quel momento in poi il “sovraintendente” si preoccuperà sostanzialmente solo della “riuscita” del suo esperimento ipotizzando che la caduta del primo detenuto fosse solo il risultato di un campionamento sbagliato all’inizio che non aveva escluso un soggetto malato e confondendo sempre di più il suo ruolo di psicologo-sperimentatore con quello di capo del carcere, arrivando perfino a chiamare la polizia di Palo Alto (quella vera) alcuni giorni dopo per sventare un tentativo di evasione inesistente.
Zimbardo alla fine interruppe l’esperimento in anticipo dopo una settimana di maltrattamenti, colloqui con i parenti pilotati. polizia chiamata in suo soccorso ed un trasferimento temporaneo della prigione per sventare la presunta “evasione” in un magazzino del dipartimento di psicologia. Questa interruzione tuttavia avvenne solo dopo che Zimbardo mostrò “orgoglioso” del suo lavoro i maltrattamenti ai detenuti da parte delle guardie alla sua assistente (che diventerà la sua futura moglie) …che non prese benissimo la cosa vedendo quello che stava accadendo (a sprezzo di compromettere la sua carriera accademica e minacciando di interrompere il loro fidanzamento).
Conclusioni
Dato che queste finte guardie non avevano ricevuto l’ordine esplicito o l’insegnamento di maltrattare i detenuti Zimbardo ipotizzò che fosse stato l’ambiente carcerario, seppur simulato, a trasformarle in spietati aguzzini. A questo fenomeno in grado di trasformare dei bravi cittadini in belve criminali diede il nome di Effetto Lucifero in riferimento al nome dell’Angelo della Luce che si ribellò a Dio diventando il Diavolo.
Discussione
Critiche e repliche
L’esperimento carcerario di Stanford fu ripetuto da altri enti (nonostante le perplessità etiche emerse) che in molti casi confermarono i dati di Zimbardo, mentre in altri no. In particolare un reality show creato dalla BBC ispirandosi a questo esperimento invece vide i detenuti sopraffare le guardie. Quest’ultimo “esperimento” (che di scientifico ha nulla) è stato ovviamente criticato, anche per il fatto che è verosimile come in un contesto da Grande Fratello il comportamento delle guardie è inevitabilmente meno crudele di come potrebbe essere lontano dal giudizio del pubblico e dell’opinione pubblica
Altro punto critico a mio avviso dell’esperimento è il fatto che sia stato condotto in un seminterrato, cosa che inevitabilmente ha peggiorato di base l’umore sia delle guardie sia dei detenuti in quanto l’oscurità porta ad un incremento del rilascio di melatonina ed alla perdita del ritmo circadiano (cosa ben descritta nei rapporti dell’esperimento)
Ma la critica più grossa all’esperimento carcerario di Stanford riguarda…
Philip Zimbardo. scienziato o cavia?
Nel suo libro lo stesso Zimbardo ammette che ha sbagliato ad assumere il ruolo di “Sovraintende del Carcere” assieme a quello di capo-sperimentatore, anche perchè in psicologia ogni cosa va sempre osservata esternamente per mantenere un’ottica obbiettiva.
Questo errore ha probabilmente anche aggravato la sofferenza di tutti i partecipanti all’esperimento e anche di questo Zimbardo si scusa più volte con loro nel libro, tuttavia è proprio la conclusione dell’esperimento operata dalla futura compagna del nostro “protagonista” ad aver destato il suo interesse professionale e non, portandolo a definire nella parte finale dell’opera il concetto di “eroismo” di chi non si piega alle situazioni causate dagli ambienti tossici e crudeli e anzi è disposto a rischiare personalmente per combatterli (come sua moglie, che ha rischiato sia la separazione sia la sua posizione accademica combattendo il suo capo-futuro marito)
Tuttavia quella che ha vissuto Zimbardo è una situazione così rara nella ricerca clinica? Quanti ricercatori e medici pur di ottenere pubblicazioni ed un Impact Factor elevato perdono di obbiettività e a volte diventano dei cinici opportunisti? A voi la risposta…
Ambiente Vs Individuo
Zimbardo illustra con questo esperimento come brave persone negli ambienti sbagliati possano diventare cattive ed attribuisce quindi a questo un’importanza preponderante sugli aspetti individuali del comportamento di una persona. Questa posizione prettamente cognitivista e strutturalista (Zimbardo stesso da grande importanza al linguaggio per definire un ambiente ostile) tuttavia a mio avviso ha dei limiti evidenti:
- perchè in un brutto ambiente alcune persone diventano “eroi”, alte sono soggiogate ed altre diventano crudeli? Cosa condiziona queste scelte individuali? Zimbardo nel suo libro dice che tutti siamo potenziali eroi e che solo vivendo certe situazioni possiamo capire se lo siamo davvero…tuttavia non descrive questo punto fondamentale adeguatamente se non fornendo delle “raccomandazioni” per diventare eroi e non carnefici
- Le offese subite dai detenuti, che comprendono violenza fisica e psicologica, controlli sull’uso della toilette ed abusi omosessuali (per fortuna non si è mai arrivati allo stupro o a lesioni fisiche serie) richiamano in maniera più lieve le immagini che si possono trovare nell’opera di De Sade le 120 giornate di Sodoma . La domanda quindi sorge spontanea: Cognitivisticamente da dove hanno imparato le guardie questi comportamenti? E’ a mio avviso evidente che questi atteggiamenti perversi, che vanno ben oltre il “mantenere l’ordine”, abbiano una chiara natura libidica ed attingano da una componente inconscia che viene sublimata in sadismo (per quanto la parola “inconscio” sia ostica da comprendere per i cognitivisti! 😀 ). Zimbardo stesso sostiene nella sua opera che i soggetti nei test di ammissione non presentavano tratti sadici evidenti (evidenziando anche come i sadici nazisti siano sani è “banali” citando la Arendt, filosofa che vedremo in seguito in un articolo dedicato); tuttavia ho ben descritto riprendendo S. Agostino come il Male in realtà derivi dall’insicurezza e dalla limitatezza umana e che lo stesso Freud ne “Il disagio della Civiltà” evidenzia come tali limiti che riguardano anche la natura fisica dell’individuo e l’ambiente vengano proiettati sulla società, in un mondo dove si crede che la Tecnica permetta il dominio sulla Natura e che quindi l’Altro rappresenti l’unico limite alla volontà di Vita e Potenza dell’Io. Citando anche Zimbardo “Quando il gatto non c’è i topi ballano”…gli ambienti tossici e malsani sono quelli dove i capi e la dirigenza governano fregandosene dell’etica professionale (e non) mediante un atteggiamento o menefreghista, o macchiavellico e disposto a chiudere un occhio sui mezzi per raggiungere i fini. Questo porta inevitabilmente all’Io dei “sottoposti” a sentirsi onnipotente ed illimitato!
- Un altro punto pressante ma necessario riguardante il lavoro in carcere e che Zimbardo condanna è l’anonimato. Secondo Zimbardo infatti in ossequio al punto precedente l’anonimato va evitato; tuttavia vorrei vedere lui a interagire con i detenuti usando nome e cognome reale, magari con mafiosi o con gente che può venire a trovarti a casa o mandarti suoi parenti/amici! Nell’ambiente carcerario per questo l’anonimato è inevitabile per garantire la sicurezza di tutto il personale. Analogamente un altro posto dove l’anonimato è importante è su internet. Essere anonimi in rete certamente è un vantaggio per chi vuole commettere crimini e dall’altro lato permette ad esempio a giornalisti ed informatori di agire restando protetti, ma a ben vedere l’anonimato online è anche importante per il singolo! Come Snowden dice nel suo libro essere anonimi e quindi lontani dai giudizi e con la possibilità di ravvedersi più facilmente cambiando identità, permette anche alle persone di sfogare nel bene anche eventuali critiche legittime, come anche chiedere aiuto per problemi personali evitando la “vergogna” che potrebbe nascere venendo identificate con nome e cognome (pensate ad esempio a chi ha problemi nella sfera sessuale o ha motivi di suicidarsi, sono due categorie di persone che difficilmente vogliono farsi identificare). In questi casi quindi l’anonimato consente ad esempio di raggiungere pazienti che difficilmente si presenterebbero spontaneamente in ambulatorio. Oltre a ciò ovviamente c’è il grosso rischio di cui abbiamo già parlato in altri articoli che un internet totalmente trasparente porterebbe sia a livello di privacy sia lanciandoci verso un’utopia dittatoriale.
- Riprendendo l’opera “Sorvegliare e Punire” di M. Foucault le conclusioni a cui è arrivato Zimbardo possono a mio avviso essere estese dalle prigioni a tutti gli ambienti strutturati panotticamente (fabbriche, uffici, scuole, ospedali, ecc…) e questo è ovviamente importantissimo per quanto riguarda lo studio dei fenomeni di violenza quali il mobbing ed il bullismo. Zimbardo nel suo testo non analizza questi fenomeni in un’ottica di classe, ma generalizzando le sue conclusioni sull’ambiente non si potrebbe dire che il mobbing ed il bullismo sono un prodotto dei sistemi gerarchici capitalisti? Quindi estremizzando si può dire che il mobbing ed il bullismo sono prodotti malati del capitalismo? (che fanno comodo alla classe dominante che così impone sui lavoratori un dividi et impera in un mondo dove se non emergi sei licenziato o non promosso?) Forse Pasolini aveva ragione…
- Il carcere (ed anche le strutture ospedaliere, pensiamo ai reparti psichiatrici ma non solo) possono essere e spesso sono luoghi di violenza; non necessariamente fisica ma molto spesso almeno psicologica. Pensiamo ai TSO svolti in ospedale che di fatto violano la libertà personale del paziente o alle “parole forti” (se non liti) che spesso bisogna ad esempio intraprendere con i tossicodipendenti (detenuti e non) per evitare che assumano sostanze o per evitare che le pretendano dallo stesso personale sanitario (cosa che li porta in molti casi a aggredire i sanitari, autolesionarsi o peggio a morire di overdose). Qual’è quindi il limite alla violenza? Fin dove si può andare (e come) contro a un paziente/detenuto per il suo bene? (e come anche garantire la sicurezza degli operatori?) Franco Basaglia, autore dell’omonima legge che ha abolito i manicomi, ha dato delle Linee Guida che sicuramente impediscono gli abusi arbitrari che si perpetravano in questi istituti, ma che molti anche fra gli specialisti considerano eccessivamente restrittive. Perchè un aspirante suicida può essere sottoposto a TSO solo in emergenza? Non possiamo fermarlo prima che si metta un cappio al collo? Che rapporti ci sono fra assistenza sanitaria penitenziaria e amministrazione penitenziaria? Il TSO è praticamente impossibile da attuare in carcere e l’Amministrazione Penitenziaria continuamente cerca di scaricare problematiche di ordine pubblico sull’Area Sanitaria. Una trattazione ampia di questi temi verrà discorsa in un articolo futuro.
Un pensiero riguardo “L’effetto Lucifero (Philip Zimbardo)”