Galimberti è il discepolo di Severino e come tale ha approfondito la tematica della Tecnica già analizzata dal suo predecessore, inoltre è anche medico e psicoanalista motivo per cui Erika Ranfoni mi ha consigliato di approfondirlo mediante la lettura della sua opera Psiche e Techne (libro che sebbene molto prolisso non mi sono assolutamente pentito di leggere).
L’uomo nell’età della Tecnica
L’epoca odierna ha come massima determinazione dell’Essere la Tecnica, ovvero l’insieme delle conoscenze e degli strumenti umani atti a controllare e piegare la Natura, il Mondo e l’Uomo stesso che di fatto ne è diventato schiavo (mentre l’obbiettivo iniziale della Tecnica era in realtà liberare l’uomo dal dolore e dalla fatica).
L’uomo è oggigiorno schiavo della Tecnica in quanto questa da rappresentazione del Mondo è di fatto diventata il Mondo in cui viviamo, in quanto tutto quello che conosciamo, il nostro ruolo nella società ed anche le nostre interazioni sociali e lavorative sono mediate dall’apparato tecnico e dall’Industria Culturale. (Galimberti è un pensatore postmoderno che pone la rappresentazione del Mondo data dal Linguaggio equivalente alla Realtà)
A livello Ontologico quindi la Tecnica definisce il (non) senso del nostro esistere che equivale all’essere utili il più possibile al funzionamento dell’apparato piuttosto che a percorrere un fine “nostro” che noi non riusciamo nemmeno più ad individuare. In tal senso la psicologia che meglio rappresenta questo fatto è quella dell’azione in quanto per l’Apparato Tecnico è importante solamente che tu agisca nell’efficienza e nel rispetto delle sue regole, consumando, facendo carriera e producendo a ritmo sempre più accelerato e senza uno scopo ultimo se non la velocità e l’efficienza, condannando ogni deviazione da ciò mediante l’esclusione dell’individuo deviante dalla società o come un’eresia o una malattia; malattia la cui Cura è demandata o agli psicofarmaci (che sedano il dolore esistenziale) o alle scuole psicologiche cognitiviste e comportamentiste (la cui validità è proporzionale al loro grado di reinserimento dell’individuo malato nell’apparato tecnico-sociale, cosa in cui le scuole psicoanalitiche sono meno efficaci se non inutili in quanto focalizzate sull’ Io).
Anche l’etica e la religione in quest’epoca diventano “inutili” se non degli ostacoli “dogmatici e morali” da sacrificare all’efficienza dell’apparato tecnico, che rende l’individuo in apparenza non più responsabile delle sue azioni, com’è avvenuto nei campi di concentramento nazisti ove la Tecnica per prima si è manifestata e ove i gerarchi dichiaravano di stare solo “eseguendo degli ordini” (“La banalità del Male di Hannah Arendt in futuro FORSE sarà approfondita).
Una Società (ed un Autore) “alienato”?
Ho trovato il libro di Galimberti estremamente interessante e ricco di citazioni di letteratura filosofica estremamente pertinenti ed approfondite (se non prolisse ed a tratti ripetitive), tuttavia questo filosofo per quanto estremamente colto a mio avviso cade nella stessa trappola “Tecnica” che cerca di criticare quando da buon postmoderno analogamente a Bauman non riesce a vederne un’uscita ed anzi esso stesso ribadisce più volte come sia impossibile abbandonare nei fatti l’Apparato Tecnico (solo alla fine del testo si riesce forse ad intravedere un barlume di speranza, ma senza che sia a mio avviso mostrata una vera “Via”). A tal fine (non so se già esiste) sarebbe interessante leggere una sua opera ove le sue considerazioni vengono confrontate con quelle di “tecnici”… magari una Via così salterebbe fuori?
A ben vedere secondo Galimberti e tutti i postmoderni nulla è immaginabile fuori dall’orizzonte del linguaggio della Tecnica e pertanto nella società odierna una rivoluzione (inteso come una soluzione ai problemi che ha descritto) è a suo dire impossibile. Nel mondo della Tecnica infatti sia il capitalista sia il lavoratore sono sullo stesso piano ed entrambi alienati perchè la Tecnica in quanto orizzonte metafisico li possiede entrambi…
…ma non è che per caso Galimberti e gli altri postmoderni semplicemente sono talmente alienati (per dirla alla Marx) che non riescono più a distinguere la Struttura Economica dalla Sovrastruttura Culturale? La vera domanda secondo me è: “Chi possiede la Tecnica?” …perchè a ben vedere gli Apparati tecnici ed il Potere (la Tecnica è sinonimo di fatto di Capitale e Volontà di Potenza) sono TUTT’ALTRO CHE DISTRIBUITI come sostengono i filosofi contemporanei “alienati” dagli strutturalisti in poi, ma al contrario in mano a poche elites! (prima fra tutte le industrie quella culturale ed internet…)
La soluzione quindi a mio avviso è quella che ho già ripetuto più volte: DECENTRALIZZARE L’INDUSTRIA CULTURALE ED I MEZZI DI PRODUZIONE! abolendo le reti centralizzate, il copyright ed il controllo capillare che si vuole attuare dall’alto sugli strumenti di Intelligenza Artificiale (IA) in modo non solo da liberare finalmente l’uomo dal lavoro ma anche dalla schiavitù consumistica che gli viene imposta, privilegiando al contempo creatività ed ingegno individuali a vantaggio di tutti. Il passo successivo sarà poi quello di eliminare lo “scientismo” mediante una nuova metafisica (la Scolastica della Cura).
Per riprendere Herbert Marcuse, la libido va liberata dalla nostra società unidimensionale, consumistica e nei fatti repressiva (anche se in apparenza libera) in modo che ognuno possa liberamente esprimere la sua creatività non solo in ambito artistico come ipotizzato dal filosofo tedesco, MA SOPRATTUTTO IN AMBITO TECNICO! LA TECNICA E L’INFORMAZIONE DEVONO CIRCOLARE SENZA BREVETTI O COPYRIGHT!