L’empatia è politica (Samah Karaki)

Dopo mesi finalmente riesco a scrivere un altro articolo di filosofia su questo blog, e ho deciso di ricominciare analizzando questo interessante libro che ho trovato in una bancarella mentre andavo in giro con la collega Deambrogio in un mercatino.

Cercavo infatti da tempo un testo che analizzasse cosa fosse l’empatia in relazione agli studi non solo di filosofia e psicologia, ma anche di neuroimaging.  Un testo del genere è a mio avviso imprescindibile nello studio che voglio portare avanti sul Problema del Male e sulla Metafisica ad essa associato, per rispondere ad una semplice domanda: se fare del male è nei fatti sconveniente dal punto di vista anche utilitaristico (come già detto nè La Scolastica della Cura) perchè l’uomo è invece tanto attirato dall’idea del fare del male agli altri, anche a volte senza guadagnarci nulla di concreto? Certo, in parte abbiamo già visto come la metafisica sadiana abbinata alla morte di Dio fornisca una spiegazione metafisica a questo misfatto che ormai coinvolge se non tutta l’umanità di sicuro almeno il mondo occidentale, tuttavia a queste trattazioni non solo mancano totalmente gli studi di neuroimaging (che con quest’opera sono riuscito finalmente a colmare) ma manca anche la risposto alla domanda che Furio Colombo fece nella sua ultima intervista a Pasolini (Siamo tutti in pericolo) senza mai riuscire ad avere risposta a causa della morte del poeta: “come puoi evitare il rischio è il pericolo?”

Secondo voi questo testo è riuscito anche a rispondere a questa seconda domanda? (che poi è anche quella che mi pongo io in tutto questo lavoro che sto facendo). Non ci resta che iniziare la recensione di questo testo, evidenziandone quelli che a mio avviso sono sia i suoi pregi sia i suoi limiti.

Correlati dell’empatia al neuroimaging

Questa è forse la parte più interessante di tutto il lavoro della Karaki. Quella che di fatto è una revisione sistematica della letteratura a riguardo che utilizza la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) per studiare i correlati dei comportamenti empatici sul funzionamento cerebrale è senz’altro per me la parte più interessante di tutto il testo.

Il primo risultato importante evidente da questi dati è come le aree sensitive che percepiscono il dolore e quelle motorie di reazione che di norma ne rispondono si attivano in maniera simile sia verso chi prova realmente la sofferenza e sia in chi ne assiste. Di conseguenza l’autrice deduce che l’empatia è di fatto un’ “espansione” del campo dell’Io di chi vede la scena verso le sensazioni di chi la subisce, che così vengono fatte come proprie. Questa capacità della mente umana è un vantaggio evolutivo perchè consente ad un gruppo di persone di unirsi contro una minaccia comune e farvi fronte più efficacemente; quindi nei fatti, per autocitarmi “la vera solidarietà è l’egoismo di grandi vedute!” Ora quindi questa mia citazione ignorante ha anche una base scientifica.

Vedremo nei paragrafi successivi come questo “egoismo” dell’empatia verrà interpretato dall’autrice, anche perchè tale appartenenza all’ ingroup, e quindi la capacità stessa dei soggetti di provare empatia, è di conseguenza influenzata da fenomeni di vita e culturali: si prova più empatia per un conoscente che per uno sconosciuto, per una persona con cui si va d’accordo rispetto a chi si è in disaccordo, per una persona onesta rispetto a un criminale, anche per animali “pucciosi” rispetto a quelli minacciosi… o se si è razzisti più verso i bianchi che verso i neri, come anche i misogini mostrano una bassa empatia verso le donne.

Altro dato importante è che l’empatia non appare “inesauribile” quindi se viene sovrastimolata (ad esempio vedendo ripetute scene di violenza o facendo lavori di assistenza sociale come i medici ed i caregiver) la risposta tende a diminuire. Per citare l’autrice una causa di poca empatia può anche essere la “troppa empatia”.

Un ultimo dato interessante è la risposta delle aree cerebrali limbiche e dei nuclei della base agli stimoli nocivi applicati agli altri. Qui la risposta è radicalmente diversa nel caso la “vittima” faccia parte dell’ ingroup come definito sopra oppure no: Se la vittima fa parte dell’ingroup si attivano infatti le aree limbiche, mentre se non ne fa parte si attivano alla fMRI i nuclei della base (nei confronti dei soggetti con cui non si prova empatia). Quest’ultimo dato mi ha riportato in mente i miei vecchi studi sul sistema monoaminergico che svolgevo durante la specializzazione in medicina nucleare, con considerazioni puramente speculative riportate in seguito.

Empatia o no? Un gioco di serotonina vs dopamina?

Chiunque mastichi un po’ di neurologia sa che il sistema limbico è dominato essenzialmente da sinapsi serotorinergiche, mentre i nuclei della base sono il target principale delle terminazioni dopaminergiche che provengono dalla sostanza nera tramite la via nigro-striatale, danneggiata nella malattia di Parkinson, nei parkinsonismi e nei tossicodipendenti da cocaina. La via dopaminergica è anche massicciamente coinvolta in tutte le dipendenze e nell’eccitazione dei centri del piacere, mentre quella serotorinergica è specificatamente alterata nelle sindromi ansioso-depressive (che rispondono ai farmaci antidepressivi).

Possiamo quindi affermare ragionevolmente che:

  • la via limbica serotorinergica è coinvolta nell’empatia e nella sensazione di “omeostasi e tranquillità” (alterata patologicamente in ansiosi e depressi). Possiamo quindi fare un parallelismo fra empatia ed omeostasi tramite La Scolastica della Cura mostrando come questo neurotrasmettitore sia in realtà il termometro del benessere dell’intero organismo e mostrando anche che:
    • la mancanza di empatia dovuta alla “troppa empatia” descritta dall’autrice altro non è che una disfunzione serotorinergica “da sforzo” (lei stessa cita apertamente il burnout degli operatori sanitari) che può rispondere in parte agli antidepressivi
    • i disturbi dell’umore ed ansiosi, stressando l’organismo, rendono le persone meno empatiche, ma anche tutte le cause esogene e sociali (ad esempio l‘insicurezza economica o la solitudine)
    • un deficit del sistema serotorinergico comporta un incrementata domanda di dopamina per mantenere il tono monoaminergico cerebrale stabile
    • La metafisica dell’Essere per L’Altro che, riprendendo William James, fa vivere meglio il soggetto che aiuta gli altri e ha fede ha una base neurobiologica, l’Egoismo di Grandi Vedute è quindi il vero altruismo.
    • I farmaci antidepressivi possono aiutare a recuperare l’empatia?
  • la via dopaminergica responsabile dell’eccitazione dei centri del piacere non “scarica” verso i nuclei della base in modo tipicamente stabile ma in risposta al meccanismo della ricompensa (data da stimoli piacevoli). Tali stimoli normalmente sono i piaceri della vita, tuttavia in caso di disfunzione della via serotorinergica possono venir ricercate alternative sempre più potenti per mantenere stabile un titolo monoaminergico patologicamente basso come: droghe, comportamenti patologici come il gioco d’azzardo, …o atti crudeli come ben insegna il Marchese de Sade! (che riprendono patologicamente i comportamenti di caccia e guerra che l’ingroup attua verso l’esterno, ove la ricompensa erano prede, bottino, ecc…) Tale titolo dopaminergico alterato tuttavia non è uguale alla stimolazione fisiologica in quanto non è stabile ma “a picchi” ed inoltra provoca una downregolazione dei recettori postsinaptici che porta a cercare stimoli sempre più intensi per ottenere lo stesso effetto. Questo è il motivo per cui quando la disfunzione dopaminergica è attiva l’empatia diventa per le persone crudeli difficile da raggiungere.

…Secondo voi l’Autrice ha fatto tutte queste riflessioni neurobiologiche?

L’empatia è… woke?

Ovviamente NO! 

La conclusioni in sintesi della Karaki sono state le seguenti:

  • I mass media ed i social influenzano l’appartenenza dei loro utenti ad un determinato ingroup mediante i messaggi che trasmettono (anche razzisti, sessisti, ecc…) quindi la risposta quale può non essere se non la cancel culture? (oppure prenderne il controllo e darli a noi Sommi Sapienti)
  • L’eccessiva esposizione (solo i social sono citati in questa parte) a contenuti violenti satura l’empatia come descritto sopra, ergo di nuovo SERVE CENSURA! (riprende in modo specifico il lavoro di Albert Bandura)
  • I razzisti sono tutti bianchi, non esistono razzisti neri o di altre razze! si.., l’ha detto veramente! Peccato che ormai anche gli esperti hanno smentito questa bufala e potete verificare anche voi che è una cazzata facendovi un giro fra le comunità di stranieri!
  • L’empatia è politica in quanto, citando la Arendt, l’autrice dice che l’empatia stessa è inaffidabile per aiutare gli altri in quanto troppo egoistica…. 😀 Bisogna chiedere agli altri come aiutarli e non supporre le giuste modalità tramite i nostri “pregiudizi da maschi bianchi etero cis…

Non mi dilungo ulteriormente su questo argomento già trattato in questo blog diverse volte, in quanto credo sia una polemica sterile. Propongo invece un’altra definizione di empatia.

L’empatia è politica, metafisica, fede, economia…filosofia!

Secondo voi cosa è più sensato fare per favorire l’empatia ala luce delle riflessioni neurobiologiche esposte sopra? Pilotare l’attenzione mediatica secondo standard di “tolleranza” dettati dall’alto verso un ingroup da noi non deciso (che sia opera dei woke o degli ancap che gestiscono i social poco cambia) come vorrebbe la Sinistra Neoliberale delle ZTL oppure agire su diversi fronti a mio avviso decisamente più sensati?

  1. Migliorare le condizioni materiali delle persone in modo da dargli i mezzi di sussistenza e la sicurezza necessari a una vita sicura e dignitosa (favorendo così la via serotorinergica pro empatia su quella dopaminergica)
  2. Favorire l’assistenza sanitaria verso dipendenze e disturbi mentali (se presenti)
  3. Utilizzare la filosofia descritta nè La Scolastica della Cura come grimandello contro il relativismo postmoderno imperante (che porta incertezza) e nel contempo come via per raggiungere sia l’omeostasi eterna (via religiosa) sia l’omeostasi nel mondo materiale, dimostrando come questi due mondi siano intrisecamente legati anche dalle neuroscienze e quindi entrambi “reali“…. o vogliamo davvero ingenuamente continuare a pensare che Dio è Morto e che noi lo abbiamo ucciso per prenderne il posto?

 

 

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