Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza (E. Goffman, F. Basaglia)

Ringrazio la dott.ssa Paola Ferranti per avermi suggerito di leggere questo libro. Asylums è un opera scritta negli anni ’70 che descrive la vita negli ospedali psichiatrici (ex manicomi) prima che in Italia fossero aboliti tramite la cosiddetta “Legge Basaglia” (il promotore di questa legge ha anche scritto la postfazione di questo libro, oltre a tradurlo in italiano).

La legge Basaglia fin da quando è stata varata se da un lato ha certamente posto fine agli abusi perpetrati nei manicomi dall’altro, a detta sia di molti medici sia di molti pazienti e loro parenti, ha creato un sacco di problemi nella gestione dei pazienti psichiatrici, motivo per cui ho ritenuto doveroso parlane in questo articolo, anche in veste di ex medico penitenziario che ha vissuto per anni nell’ambiente delle prigioni, tutt’oggi ambienti pieni di “malati psichiatrici” e di cui ho quindi una certa esperienza…preparatevi perchè oggi non ne avrò per nessuno! (tanto già questo forum lo seguono in pochi…non mi dispiacerà a seguito di questo articolo perdere qualche follower).

Asylum

Nel testo, riprendendo il famoso “Sorvegliare e Punire” di M. Foucault che in questo blog abbiamo più volte citato. i manicomi sono paragonati alle prigioni e comunque assimilate alle cosiddette “Istituzioni Totali”, ovvero quei luoghi ove la vita degli occupanti è strettamente controllata da un apparato di sorveglianza e separata dal resto della popolazione.

In particolare il libro fa una lunga ed interessante disamina, in diretto confronto con le carceri, dei cosiddetti “adattamenti secondari”, ovvero di quei comportamenti contrari all’ordine dell’istituzione (adattamenti primari) che consentono al recluso/paziente di mantenere un proprio “Se” indipendente dall’identità forzatamente imposta dall’istituzione ed uguale per tutti i reclusi.  Fra questi “adattamenti secondari” si possono a titolo di esempio annoverare:

  • utilizzo di oggetti fuori dall’ambito per cui sono concessi (es. gabinetti dei bagni al posto di sedie comode non fornite dall’Amministrazione)
  • fabbricazione di oggetti non consentiti (alcool, lame a partire da oggetti metallici, macchinette per fare i tatuaggi..)
  • utilizzare la possibilità di muoversi all’interno dell’istituto/uscire dallo stesso per recapitare messaggi o spostare oggetti di nascosto
  • utilizzo dell’Area Sanitaria per ottenere oggetti non consentiti dall’Amministrazione  “eccezionalmente per motivi di salute” come: benefici di pena, oggetti di consumo, dosi extra di farmaci, ecc…
  • “lavorarsi” lo staff (anche facendogli dei favori) in modo da provare a farseli amici e quindi ottenere i benefici di cui sopra (nel frattempo lo staff sfrutta il lavoro a basso costo dei reclusi)

Oltre agli adattamenti secondari il testo descrive le Istituzioni Totali in generale. Oltre a manicomi e carceri (esempi estremi) includono anche molte altre simili strutture che sono caratterizzate si da una maggiore permeabilità con l’esterno, ma comunque sono soggette a stretta sorveglianza dei suoi occupanti. A titolo di esempio:

  • case di riposo/di cura
  • ospedali
  • orfanotrofi
  • istituzioni religiose
  • scuole
  • posti di lavoro in generale (fabbriche, uffici…)
  • alcuni luoghi sociali caratterizzati da un rigoroso regolamento (circoli, associazioni, fan club, reti di amicizie caratterizzate di vincoli consumistici o morali, ecc…)
  • social network (per citare anche un esempio moderno che ho già trattato)

In questo articolo possiamo quindi riprendere anche il discorso delle “sbarre invisibili” che  ho precedentemente accennato nell’articolo sulle “Lettere dal Carcere” di Gramsci

Sbarre Invisibili

Dopo un po’ che ho iniziato a lavorare in carcere ho iniziato a sperimentare uno strano bisogno nei giorni che non ero in turno: quello di uscire di casa e stare all’aria aperta a “respirare”…e in qualche modo mi sentivo forzato ad uscire e a cercare un angolo di città in mezzo al verde anche se fuori casa c’era una burrasca o una forte nevicata (cosa che è peggiorata sempre di più tanto che nell’ultimo periodo uscivo anche solo per dieci minuti dalle mura dell’istituto durante il turno). Seppi poi dalla psichiatra poco tempo dopo che oltre ai detenuti anche molti agenti e lavoratori del carcere iniziavano a soffrire di una certa forma di “claustrofobia” tanto è vero che nei corridoi e nelle sezioni anche in pieno inverno è normale trovare le finestre aperte. Altro elemento che mi aveva decisamente impressionato durante i primi giorni di lavoro in istituto è l’odore dell’aria: un misto molto forte ed impossibile da trovare all’esterno di chiuso, sporcizia e alimenti che cambiano da sezione a sezione (molto più evidente ovviamente in vicinanza delle cucine e nelle sezioni occupate da detenuti comuni ove la pulizia è minore ed è presente una cucina etnica) a cui col tempo ci si abitua; per non parlare poi della prima volta che ero entrato in una cella di isolamento e avevo trovato ristretti perfettamente adattati a tale regime passando il tempo a guardare la TV o a dormire pur spesso di non essere allocati nelle sezioni per paura di ritorsioni (l’isolamento non è sempre “punitivo” agli occhi del detenuto).

Ma la cosa più impressionante che ho provato dopo un po’ di tempo di permanenza in carcere è un’altra. Come dice il titolo la galera con le sue sbarre di ferro, ti fa notare le “prigioni” in cui eri “rinchiuso” anche prima di metterci piede. Senza saperlo (non avevo ancora letto “Sorvegliare e Punire” di M. Foucault) avevo notato il parallelismo che accomuna tutte le “Istituzioni Totali”, ovvero la limitazione della libertà individuale e l’omologazione forzata.  Ricordo ancora quando un detenuto ristretto in regime di Alta Sicurezza e con una lunga pena da scontare mi fece notare come il carcere è soprattutto lontananza dai propri affetti e dal mondo “fuori” che scorre mentre il ristretto ne è escluso, tuttavia come detto anche da Goffman le altre Istituzioni Totali che possiamo trovare in “libertà” sono caratterizzate da alcune similitudini con il carcere. A titolo di esempio:

  • a scuola lo studente è obbligato a studiare i contenuti del programma stabilito dai professori invece di fare altro o anche approfondire ciò che gli piace (anzi, in molti posti un’eccessiva libertà di studio è anche malvista…cosa che ho pagato nella mia carriera scolastica! 😀 ). Inoltre la stessa categoria di “studente”, come le altre illustrate sotto, è tenuta ad un codice di comportamento omologante ed ad una sorveglianza in una struttura nei fatti “panottica” (l’aula controllata dal docente…il più fulgido esempio che mi viene in mente sono le vecchie aule universitarie ad “anfiteatro”) . Inoltre un’ eccessiva libertà di apprendimento è spesso collegata sia all’esclusione dal gruppo dei pari (sei visto come “secchione”) sia a volte all’ostilità di alcuni docenti che vogliono imporre il loro programma/libro di testo/punto di vista
  • nel mondo del lavoro la situazione è ancora peggiore: Si è tenuti ad eseguire gli ordini dei propri capi ed esclusivamente quelli senza alcuna possibilità di approfondimento, miglioramento o riduzione dei tempi pena l’inimicizia sia dei capi sia dei colleghi che temono che un atteggiamento troppo “volenteroso” sia dovuto o a un’intenzione di “superarli” in carriera o a un pretesto per i capi di aumentare il carico di lavoro.  Uscendo dal turno in carcere alle 20 o alle 22 di sera dopo 12-14 ore di fila in istituto e restando a casa il giorno successivo era impossibile non notare come il mondo “fuori” scorresse anche quando ero “dentro” che sia alla galera o in ospedale dove anni prima passavo spesso 12 ore chiuso in inverno nel seminterrato della medicina nucleare senza vedere per giorni la luce del sole.
  • Più in generale anche nella vita di tutti i giorni non è difficile trovare delle “sbarre invisibili”: Quante volte nei rapporti interpersonali siamo nei fatti obbligati a seconda delle persone che frequentiamo a mantenere certi comportamenti “del gruppo”, , mantenere un certo status sociale, comprare certi oggetti o avere ed esprimere solo certi pensieri pena l’esclusione? Quante volte accettiamo compromessi pur di convivere con determinate persone? Tali compromessi poi derivano da una reale predisposizione o idea della persona con cui interagiamo o sono imposte dai mass media, dalle norme sociali più ampie… o semplicemente il valore del nostro interlocutore è troppo spesso interpretato in veste del nostro egoismo che ci porta a cercare solo persone che sono ritenute/riteniamo di valore escludendo le altre anche indipendentemente dalle caratteristiche individuali? Quanta importanza diamo all’estetica imposta dal gruppo, dai mass media o dallo status rispetto alla simpatia che ognuno prova per l’altro visto individualmente senza alcuna categorizzazione?

…ed in generale: il valore che noi valutiamo nel prossimo da cosa deriva? Cerchiamo forse Dio (negli altri)?

Il burnout

Il libro di Goffman quindi di fatto completa il saggio di C. Maslach sul Burnout che abbiamo visto in un precedente articolo rendendo chiarissimo il collegamento fra questa sindrome, l’alienazione del lavoratore descritta da Karl Marx e l’istituzione Totale lavorativa che obbliga il lavoratore a sacrificare il suo “Se” durante il turno per diventare oggetto in mano al datore di lavoro (e di fatto estensione del suo Io).

Cos’è quindi il burnout se non il risultato della discrepanza qui descritta che non riesce più nella società moderna ad essere colmata da un’autentica “lotta di classe”?

Gli adattamenti secondari

Il libro di Goffman dedica buona parte delle sue pagine a descrivere le modalità con cui i ristretti/pazienti cercano di mantenere il loro “Se” all’interno dell’istituzione totale. Tale opera da questo punto di vista è monumentale e descrive in maniera dettagliatissima comportamenti che erano di fatto gli stessi sia nelle prigioni sia nei manicomi (spesso anche le persone erano le stesse, come vedremo nel prossimo paragrafo)

In questa sede quindi, oltre a raccomandare la lettura dell’opera di Goffman a chi desiderasse approfondire l’argomento, prima di procedere non posso non svelare qualche curiosità a riguardo che ho visto lavorando in carcere o che mi hanno raccontato gli stesi detenuti ed agenti in tanti anni di lavoro:

  • lame: come detto anche da Goffman ovviamente tenere lame e lamette in cella è vietato dal regolamento ed infatti i ristretti spesso ricavano lame rudimentali affilando oggetti metallici, tuttavia una tipologia di lame di solito è consentita all’interno delle celle: le lamette da barba. Queste ovviamente oltre che per radersi possono essere utilizzate sia per offendere sia per compiere atti di autolesionismo (è molto comune in carcere che i detenuti  si taglino di solito superficialmente braccia, gambe o torso per protestare con l’Amministrazione o ottenere farmaci a scopo voluttuario, cosa non non necessariamente fatta solo da tossicodipendenti). Alcuni detenuti imparano anche a nascondere le lamette in bocca per utilizzarle al momento opportuno senza farsi vedere, e questo le rende delle armi molto pericolose. Altri invece possono avvolgere le lamette o altri oggetti metallici appuntiti/taglienti nella pellicola trasparente ed ingoiarli per costringere lo staff a portarli in Pronto Soccorso e quindi uscire dall’istituto per un po’ (gli oggetti metallici sono visibili radiograficamente ma “in teoria” inoffensivi per le viscere del detenuto in quanto avvolti dalla plastica…che quasi mai si rompe). Tale comportamento in libertà lo si può notare nei corrieri e venditori di droga (detti “sputapalline”) che abitualmente trasportano gli ovuli preparati nella medesima maniera in bocca (o in altre cavità corporee) e li ingoiano pur di non venir scoperti potendoli poi recuperare dalle feci passato il pericolo (se anche uno solo di tali ovuli si rompe all’interno del corpo ovviamente il corriere/venditore muore all’istante)
  • alcool: detenere alcool in cella salvo alcune eccezioni è di solito non consentito perchè spesso questa sostanza viene utilizzata insieme a farmaci e droga come stupefacente potenziandone enormemente gli effetti (mischiato col metadone fornito dal SERD o con le benzodiazepine come il rivotril ha un effetto per intensità analogo a quello dell’eroina), tuttavia per i detenuti è molto semplice ottenere una “grappa” a partire dalla frutta fornita dalla cucina del carcere con una modalità una volta illustratami da un detenuto: la frutta viene messa a marcire in un secchio d’acqua che viene nascosto alla vista degli agenti, questa in alcuni giorni ovviamente fermenta in una soluzione idroalcolica diluita e schifosa che deve essere ovviamente distillata per essere trasformata in grappa. Tale distillazione si ottiene realizzando un impasto non lievitato di farina ed acqua (il lievito ovviamente in cella non è consentito); una pentola viene quindi riempita con la soluzione fermentata e sopra di essa viene steso un velo di pasta ricavata come sopra per coprirla, quindi una cannuccia viene usata per bucare la pasta. Questa pentola così ottenuta viene messa sul fornelletto e tramite questo “alambicco di fortuna” diventa possibile raccogliere la grappa che esce dalla cannuccia durante l’ebollizione per immagazzinarla in bottigliette di plastica pronte per il consumo o per essere smerciate.
  • Gas. Il gas combustibile in bombolette da campo è ampiamente diffuso all’interno delle carceri in quanto l’Amministrazione lo distribuisce per consentire ai detenuti di cucinare in cella. Tuttavia a questo uso primario di queste bombolette se ne affiancano molti secondari:
    • creazione di forni rudimentali: i fornelletti da campo vanno utilizzati secondo la norma in sicurezza uno alla volta mettendoci sopra la pentola con la pietanza che si vuole scaldare, tuttavia i detenuti che vogliono creare prodotti da forno di solito ne accendono più di uno assieme e li pongono sotto un foglio di alluminio utilizzando lo spazio che si è creato a temperatura elevata per cuocere prodotti da forno. Il rischio di esplosione delle bombolette con tale uso è ovviamente tutt’altro che trascurabile e personalmente mi è capitato di soccorrere vittime di un incidente di questo tipo: un detenuto è stato letteralmente sbalzato contro il blindo in ferro della cella e si è spaccato qualche osso mentre un altro è finito per un mese in rianimazione perchè ha inalato il gas bollente dell’esplosione  e si è così bruciato le via aeree. La cella ovviamente è stata completamente distrutta ed i reclusi all’interno si sono salvati per miracolo
    • sostanza stupefacente: il gas inalato essendo di fatto un solvente ha effetti analoghi ai solventi che alcuni operai sniffano nei cantieri a scopo voluttuario
    • arma incendiaria: il fuoco può essere usato a scopo di minaccia o protesta, anche incendiando la cella
    • materia prima metallica per produrre lame
    • come bomba può essere lanciata dopo avergli appiccato fuoco
  • macchinette per tatuaggi: Goffman ha ben illustrato nel suo saggio la tipica “arte di arrangiarsi” dei ristretti che sono in grado sia di utilizzare oggetti d’uso comune per scopi non previsti dall’Amministrazione sia di creare oggetti a loro utili ex novo a partire da ciò di cui dispongono, e forse la “macchina” più stupefacente che ho incontrato nella mia carriera costruita in carcere è quella che consente ai detenuti di farsi i tatuaggi. Tali macchinette ovviamente sono illecite nell”istituto in quanto importante veicolo di malattie infettive (epatiti ed AIDS in primis) ma sono impressionanti per miniaturizzazione e precisione in dispositivi grandi più o meno quanto un dito che un detenuto mi ha una volta ben descritto nella loro costruzione e funzionamento: In sostanza tali macchinette sono costituite da un “ago” (può essere un ago vero oppure un filo elettrico appuntito) che viene fatto ruotare da un piccolo motorino elettrico (estratto per esempio da un lettore CD) in modo che così facendo quando la macchinetta è applicata ala cute buchi la pelle ed “inietti” nel sottocute dell’inchiostro recuperato da alcune penne a sfera ed immagazzinato in un piccolo reservoir dietro all’ago, il tutto ovviamente rinchiuso in un piccolo contenitore di fortuna
  • farmaci: primo interesse per noi che lavoravamo in infermeria è stato imparare come e quali principi attivi i detenuti utilizzano a scopo voluttuario anche nei modi e mediante le vie di somministrazione più impensabili.  Oltre ai vari miscugli fra alcool, psicofarmaci e droghe che ho già citato raccomando la lettura di questo vecchio articolo che avevo scritto anni fa sull’argomento.

La “Legge Basaglia”: dalla “criminalizzazione” del malato di mente alla “medicalizzazione” del criminale

La traduzione italiana dell’opera di Goffman scritta da Franco Basaglia è corredata da una postfazione scritta da questo psichiatra “antipsichiatra” che mediante questo testo ha criticato ferocemente l’istituzione manicomiale fino a portare ad una legge da lui promulgata che ha abolito i manicomi in Italia ed ha completamente riformato la Salute Mentale nel nostro paese.

Il manicomio, ovvero la “criminalizzazione” del malato di mente

Nell istituzione manicomiale finivano tutti gli individui “pericolosi per se e per gli altri” e quindi nei fatti questo istituto era una “prigione” ove i medici erano i custodi ed i giudici. Un “malato di mente” di solito infatti finiva in manicomio su segnalazione di altri soggetti da lui infastiditi e senza un processo (rendendolo il manicomio nei fatti un istituto detentivo per far sparire dalla circolazione ogni “piantacasino” o soggetto scomodo al potere che veniva ricoverato in mezzo ai veri malati psichiatrici). Questo aspetto nei fatti “giudiziario” del manicomio ha comportato non solo uno stigma ingiustificato nei confronti dei malati di mente che persiste ancora oggi, ma anche la loro esclusione dalla dalla società. A tutto questo si sommava la convivenza forzata dei malati con delinquenti e con abusi di ogni tipo, il tutto nell’ambito di un “finto sistema ospedaliero” che guadagnava soldi in funzione del numero di “ospiti” ricoverati.

la “moderna” “medicalizzazione del criminale”

Oggi i manicomi sono ormai chiusi da decenni ma purtroppo permane lo stigma che associa i malati di mente ai criminali. Tale stigma ampiamente ingiustificato dalla clinica e come detto rimasuglio dell’era manicomiale (il malato di mente RARISSIMAMENTE E’ VIOLENTO!) oltre ad essere un problema per i malati di mente è la causa dell’odierna “medicalizzazione” dei criminali che ho già ampiamente criticato in un precedente articolo  e che comporta problemi non di poco conto:

  • i reparti ospedalieri di psichiatria sono pieni di criminali che gli avvocati fanno ricoverare in ospedale per cercare di evitare il carcere oppure di detenuti arrestati “violenti” che gli agenti credono “pazzi” e accompagnano in ospedale. Tali posti letto sono ovviamente tolti ai pazienti “veri” e trasformano il personale degli ospedali psichiatrici in “poliziotti” (che non sono) con evidenti rischi sia per la loro sicurezza sia per quella degli altri pazienti dell’ospedale.
  • In carcere psichiatri e medici penitenziari hanno a che fare ogni giorno con migliaia di richieste improprie da parte dei detenuti in quanto l’Amministrazione scarica questioni che sono puramente disciplinari sull’Area Sanitaria. Sebbene per alcune cose il parere del sanitario deve essere assolutamente richiesto (ad esempio un deferimento pena per motivi di salute gravi) chiamare il medico per concedere ciabatte di gomma, cappellini, sedie di plastica o altri oggetti di uso comune “per motivi di salute” come anche per “calmare detenuti violenti” sono evidenti pratiche di “medicalizzazione” di questioni puramente amministrative.
  • C’è poi il problema dei pochissimi veri malati psichiatrici e dei numerosissimi utilizzatori di sostanze presenti in carcere che troppo spesso o per incapacità amministrativa o per minaccia di gesti autolesivi e/o anticonservativi devono venir gestiti dall’Area Sanitaria; in assenza della possibilità di eseguire un TSO, di mancanza di strutture adatte e con l’unica estrema ratio di incrementare la sorveglianza del detenuto e rinchiuderlo in una cella “priva di oggetti pericolosi” per evitare che possa farsi del male (allocazione in “Grande Sorveglianza” più spesso richiesta in seguito a tentativi autolesivi/anticonservativi svolti con motivazioni di protesta o per ricattare i sanitari in modo da ottenere farmaci da parte di chi abusa di sostanze che per vera patologia psichiatrica)

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO)

La riforma Basaglia ha largamente limitato la possibilità del ricovero del paziente in reparto psichiatrico, in particolar modo contro la sua volontà. Anche grazie alla moderna è ricca farmacopea oggi disponibile per fortuna la maggior parte dei ricoveri in psichiatria sono volontari, tuttavia una percentuale non trascurabile di casi richiede un ricovero coatto. Secondo la Legge Basaglia un TSO può essere richiesto solo in presenza di queste 3 condizioni:

  • il paziente necessita di cure URGENTI
  • il paziente rifiuta le cure
  • le cure non possono essere prestate in ambiente extraospedaliero

Questa difficoltà nel ricovero, unite ad una psichiatria territoriale non sempre in grado di fronteggiare i problemi di salute dei pazienti, ha portato a numerose critiche alla Legge Basaglia già poco dopo la sua approvazione, sia da parte dei medici sia da parte dei pazienti (quelli coscienti dei problemi) e delle loro famiglie:

  • chiudere i manicomi ha lasciato i malati psichiatrici gravi in pratica in gestione ai loro familiari
  • il primo criterio per eseguire un TSO dice chiaramente che si può attuare solo in condizioni di emergenza/urgenza… ma è davvero proprio necessario aspettare che un paziente incapace di intendere e volere a causa della sua patologia acutizzi in modo serio per intervenire in modo coatto? A titolo di esempio uno psicotico che delira e rifiuta le cure perchè non può essere subito curato in modo coatto senza aspettare che metta a rischio la sua salute in modo serio? (anche non in ospedale?) Dobbiamo per forza aspettare che tenti ad esempio di suicidarsi? Discorso analogo si può fare per un depresso o un bipolare grave.
  • i tossicodipendenti che escono dagli istituti penitenziari difficilmente una volta in libertà vivono a lungo in quanto il loro primo obbiettivo una volta fuori è ricominciare a drogarsi; pertanto invece di somministrargli solo metadone a scalare (che loro come già detto mischiandolo con altre sostanze trasformano di fatto in droga da sballo) non è più sensato per mantenere o arrivare ad una “rettitudine” nel non-uso di stupefacenti usare anche il “bastone” e non solo la “carota”? Oppure quel paziente che non muore in carcere deve continuare a morire appena fuori (come spesso abbiamo saputo) di overdose, suicida o assassinato da altri delinquenti con i tasca la lettera di dimissione dall’istituto? La “carota” della questione non dovrebbe essere in primis fare di tutto per il reinserimento dei detenuti nel mondo del lavoro? Foucault nel suo “Sorvegliare e Punire” tuttavia aveva ben spiegato come questa pratica inevitabilmente renderebbe i detenuti nemici del mondo operaio in quanto inevitabilmente “ruberebbero” il lavoro ad “onesti padri di famiglia”… quindi, aldilà dei proclami woke contro l’Amministrazione non credo che questa strada sia facilmente percorribile anche per i movimenti più a sinistra…ma non vedo altra via d’uscita invece di limitarsi a far lavorare pochi ristretti all’interno degli istituti come “premi di buona condotta” o per “calmare gli animi di chi pianta casino”…

In conclusione: a mio avviso (e non solo mio) la soluzione ai problemi della psichiatria e del crimine deve essere un “misto” di soluzioni di politiche “di destra” e “di sinistra”, evitando le polarizzazioni ideologiche, “bambinesche” , che non tollerano critiche (e strumentali a chi vuole in realtà mantenere lo status quo) “Fasci Vs Woke”.

Post Scriptum: dopo averci dormito sopra mi sono ricordato che non posso non citare forse la più grave follia “woke” che c’entra poco con l’Area Sanitaria ma che ho visto in carcere: il diritto di procreare per i detenuti (specie Alta Sicurezza) dopo che, parole pronunciate a me da alcuni di loro e atteggiamento confermato da molti agenti, il fine che loro hanno di fare figli è avere avere affiliati fedeli fuori dalla prigione che possano mantenerli mentre sono dentro e portare avanti “l’industria di famiglia”…

Sebbene possa senza dubbio giustificare le famose “stanze dell’amore” recentemente varate dall’ordinamento penitenziario (in quanto effettivamente l’esclusione dall’intimità è una tortura inutile ed alimenta disordini all’interno degli istituti) non posso pensare di tollerare che tali strutture spesso più che portare piacere ed affetto siano utilizzate per saldare dinamiche di potere e produrre una prole condannata ad una vita miserabile fatta per servire dei delinquenti! Sarò crudele, (e spesso mi rendo conto che dopo tanti anni a volte mi è difficile a volte distinguere il confine fra Bene e Male) ma secondo i “woke che prendono decisioni facendo aperitivo” ha senso per garantire un po’ di piacere condannare giovani vite innocenti ad una vita miserabile e di delinquenza? (o forse bisognerebbe recuperare l’idea di quel giudice che toglieva la padria podestà ai mafiosi pur di interrompere la trasmissione ereditaria di questa criminalità?) ha senso che un medico (l’ho fatto personalmente) debba su ordine del tribunale prendere accordi con cliniche private di PMA per fare in modo che i mafiosi possano fare figli mentre sono in galera!? Figli che poi poveracci sei costretto a visitare in sala colloqui quando sperimentano attacchi di panico alla vista del padre in prigione o peggio vengono usati per trasportare oggetti proibiti in carcere!? (ho sentito di droga nascosta nei pannolini ed una volta ricordo che fui chiamato per il sospetto che un bambino di pochi anni nascondesse qualcosa in cavità corporee…)…per non parlare del pensiero che un giorno questi poveri bambini te li troverai in cella quasi matematicamente…sono forse questi i momenti del lavoro in carcere, oltre a quelli dove ho veramente salvato la vita a qualcuno, dove forse ti ricordi di avere ancora un cuore e di essere un medico…

Quando penso al significato letterale della parola “patriarcato” non posso non pensare ad episodi come questi ove i “padri” letteralmente rovinano la vita alla loro prole per i loro loschi e personalissimi fini… e contemporaneamente pensare alla sinistra che autorizza ed incoraggia queste pratiche con la sua ideologia mentre al contempo in nome del “patriarcato” le “pseudo-femministe” che oggi dominano la scena pubblica condannano un commento sessista su un social ed in generale promuovono un politicamente corretto che favorisce i potenti) con una veemenza che forse dovrebbero utilizzare con i veri delinquenti invece di promuovere pseudo-battaglie ideologiche cariche di ipocrisia!

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